Lo sgombero di Askatasuna e i costi di un fallimento di Nicola Rossiello
Nei giorni scorsi una testata locale scandalistica torinese ha ripreso la singolare analisi del segretario di un sindacato di polizia, che, trasformatosi in supervisore dell’amministrazione cittadina, ha proposto l’abbattimento dell’edificio di corso Regina Margherita già sede del centro sociale Askatasuna segnalando i costi dell’attività di vigilanza, naturalmente senza minimamente interrogarsi sulle ragioni che li hanno provocati. Si legge, tra l’altro, nell’articolo che per il controllo dell’edificio sono state impiegate dal 18 dicembre ad oggi «11.640 giornate/uomo, 120 agenti sottratti quotidianamente al controllo del territorio, 2.386.200 di euro di costo stimato per la sola presenza del personale in loco, senza considerare i costi di logistica (carburante per i mezzi, pasti, straordinari notturni o festivi, pernottamento del personale aggregato), che potrebbero far lievitare la cifra oltre i 2,8 milioni di euro». Numeri che certificano «un fallimento gestionale amministrativo» e per questo «se il Comune non è in grado di avviare i lavori di riqualificazione celermente, chiediamo un intervento risolutivo: l’immediata confisca dell’immobile da parte del Demanio per motivi di ordine pubblico e l’abbattimento controllato della struttura». A tale posizione ha risposto, allargando opportunamente il ragionamento alle politiche di sicurezza e ordine pubblico e al loro significato, il segretario del Silp Cgil Piemonte Nicola Rossiello con la nota che pubblichiamo di seguito.
(la redazione)
L’analisi sostenuta da destra, oggi su una testata locale torinese, a proposito del destino della sede di Askatasuna presenta una visione parziale e miope che confonde deliberatamente il costo della gestione del conflitto con l’investimento nella sicurezza sociale, ma è anche una straordinaria occasione per sottolineare alcuni aspetti di un modo miope di fare politica.
Liquidare la questione della vigilanza alla sede come un fallimento gestionale basato esclusivamente sul conteggio delle ore di servizio delle forze di polizia – ammesso che i conti siano corretti e non allestiti per scopi mediatici – è un’operazione di distrazione di massa che evita di affrontare il vero nodo del problema. Cosa dovremmo dire allora delle tifoserie calcistiche o di altri servizi dispendiosi che gravano sulla collettività senza generare valore sociale?
Ormai dovrebbe essere chiaro, a chi vuol comprendere, che la sicurezza non si costruisce con le grate ma con i progetti. L’idea di una sicurezza militarizzata appartiene a Trump e ai suoi seguaci; i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Le posizioni espresse da un sindacato autonomo e dai rappresentanti politici di destra non stanno in piedi perché quantificare il costo del presidio senza considerare che quel dispiegamento di forze è la conseguenza diretta di una scelta politica basata esclusivamente sulla repressione e non sul dialogo è intellettualmente disonesto. Se lo Stato, manu militari del Ministro dell’Interno decide di spendere milioni di euro per presidiare quel luogo, è perché non ha avuto il coraggio di investire quegli stessi fondi in percorsi di rigenerazione urbana e sociale. Siamo di fronte all’ennesima performance di una destra e di un governo delle telecamere, della sorveglianza e della propaganda, incapaci di dare risposte ai cittadini. La destra continua a confondere la sicurezza con la militarizzazione, ignorando che l’effettiva tutela dei cittadini si ottiene quando gli spazi vengono restituiti alla collettività tramite servizi e partecipazione. Sottrarre agenti al territorio per un presidio statico è una scelta di chi preferisce il simbolo del controllo alla sicurezza dinamica degli spazi pubblici. Definire lo stallo attuale come un fallimento
dell’amministrazione della città è una nuova operazione elettorale e significa ignorare che la strategia del muro contro muro non ha mai prodotto soluzioni durature, ma solo costi vivi e tensione sociale costante.
Non serve abbattere i muri per cancellare una storia, serve una visione che trasformi il conflitto in risorsa. Chi oggi grida allo scandalo per i costi è lo stesso che per anni ha ostacolato ogni alternativa allo sgombero forzato. Tutto il resto è solo propaganda elettorale fatta sulla pelle e nelle tasche dei cittadini che, come dimostrato chiaramente dall’esito dell’ultimo referendum costituzionale, hanno espresso il desiderio di veder attuare i contenuti più profondi della nostra Costituzione: la promozione della democrazia vera, del pieno sviluppo della persona umana e la partecipazione effettiva di tutti all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.








