Askatasuna il giorno dopo – di: Livio Pepino
È accaduto quello che tutti sapevano e che il Governo, la destra, le forze reazionarie cittadine di ogni colore (e storia) cercavano da tempo e hanno, infine, scientificamente e cinicamente realizzato. Due giorni dopo lo sgombero di Askatasuna, Torino ha visto un imponente e variegato corteo di protesta, una città blindata e in tilt e alcuni scontri tra spezzoni del corteo e forze di polizia (con qualche cassonetto incendiato e qualche scritta sui muri). A ben guardare, sotto il profilo dell’ordine pubblico, è accaduto assai meno di quanto alcuni temevano e altri speravano, ché gli scontri avrebbero potuto essere assai più pesanti e le conseguenze assai più gravi. Ma tanto è bastato a Governo, forze politiche, giornali e televisioni per parlare di “guerriglia urbana” e di città in preda ai violenti. A fronte di ciò, ancora una volta, occorre provare a ragionare sullo “sgombero”, sulle reazioni che ha innescato, sulle prospettive che si aprono. Anche perché il futuro è tutto da scrivere.
Primo. Lo sgombero. Ne abbiamo già detto ampiamente nei giorni scorsi (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2025/12/19/askatasuna-uno-sgombero-contro-la-citta/). Qui merita ribadirlo: in quello sgombero non c’è stata, da parte del Governo e delle forze di polizia alcuna operazione di “ripristino della legalità” ma la pura e ostentata ricerca dello scontro, prima di tutto con la città, nella sua espressione istituzionale e nelle sue componenti democratiche. Da mesi, infatti, nell’ex asilo di corso Regina Margherita era in atto un percorso di legalizzazione gestito dal Comune e da un gruppo di cittadini che aveva predisposto uno specifico progetto di riqualificazione, con la partecipazione del collettivo di Askatasuna. Era un percorso aspramente contestato, da un lato, dalle destre e, dall’altro, da parte del mondo dei centri sociali e sostenuto invece, in termini di appoggio e condivisione culturale (non certo di controllo, come vanno strombazzando, per pregiudiziale ostilità o per disinformazione, alcuni affrettati commentatori), da esponenti della politica e della cultura cittadina. Era per di più un percorso difficile e complicato, come tutte le operazioni che mettono insieme culture, storie e pratiche diverse e spesso opposte (https://volerelaluna.it/politica/2024/02/02/ce-qualcosa-di-nuovo-sotto-il-sole-askatasuna-e-il-futuro-dei-centri-sociali/). In ogni caso, è stato un percorso reale ed effettivo che, tra l’altro, ha portato alla dismissione da parte del collettivo di Askatasuna dell’aera operativa del centro, sita al piano terreno dell’edificio: una dismissione totale e incontestata, in presenza della quale continuare a parlare dell’ex asilo di corso Regina come dell’epicentro di strategie eversive, quand’anche esistessero, è del tutto improrio e strumentale. Ciò – superfluo aggiungerlo – non è contraddetto dalla permanenza – occasionale o permanente che fosse – di alcuni attivisti nei piani superiori dell’edificio: circostanza idonea a determinare una rinegoziazione del patto intercorso tra il Comune e i protagonisti del progetto di riqualificazione ma non certo a legittimare interventi autoritativi di terzi. È questo percorso – non un’occupazione in atto – che è stato interrotto dal cosiddetto “sgombero”, per di più realizzato in modo volutamente provocatorio: con un dispiegamento di forze inusitato, con la militarizzazione della città, in un periodo prefestivo, in un giorno simbolico per Torino (l’anniversario dell’assalto alla Camera del Lavoro delle squadracce di Piero Brandimarte e dell’eccidio fascista del 1922), con la successiva chiusura dell’edificio murandone gli accessi e la devastazione del suo interno. Il tutto – merita sottolinearlo – senza un provvedimento di sequestro dell’autorità giudiziaria e in forza, a quanto è dato comprendere dalla ricostruzione effettuata del sindaco nel Consiglio comunale del 22 dicembre, di un provvedimento del Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica di dubbia legittimità, adottato per dare esecuzione (non richiesta) a un’ordinanza dirigenziale» del Comune di Torino. Lo sgombero di centri sociali occupati è un tema complesso e controverso di cui altre volte ci siamo occupati (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2025/08/25/cera-una-volta-il-leoncavallo/), ma qui non c’entra davvero nulla.
Secondo. Le reazioni. Che lo “sgombero” avrebbe provocato una reazione imponente da parte della città, e non solo del collettivo di Askatasuna e dei suoi simpatizzanti, era ampiamente prevedibile e previsto. E così è stato. Sabato 20 Torino ha visto un corteo imponente a fronte del quale la scelta degli apparati è stata quella di alzare il livello dello scontro con modalità che hanno richiamato alla memoria, in modo sinistro, le strategie messe in atto a Genova nel luglio 2001. L’operazione è iniziata con le dichiarazioni incendiarie della vigilia del ministro dell’interno e di diversi suoi colleghi di governo ed è proseguito, durante la manifestazione, con una presenza massiccia di uomini e mezzi di polizia e con la trasformazione in “zona rossa” di gran parte del quartiere di Vanchiglia. Non solo, ma il semplice avvicinamento del corteo all’edificio di corso Regina è stato accolto con idranti e manganelli, come segnalato dalla cronaca de La Stampa, non certo sospetta di benevolenza nei confronti di Askatasuna: «Ben prima del centro sociale un muro di poliziotti in tenuta antisommossa e di mezzi pesanti bloccava la strada con il cannone dell’idrante già puntato sull’arrivo del corteo. Era chiaro che sarebbe stato il giorno dello scontro totale. […] Il cannone ha cominciato a sparare ancora prima di uno slogan, di un tentativo, di una provocazione. […] I ragazzi preparati alla battaglia sono andati avanti anche sotto l’acqua. A quel punto è partita una carica […]. Poi una pioggia di lacrimogeni: lacrimogeni sparati in ogni direzione, per più di venti lunghissimi minuti» (N. Zancan, La Stampa, 21 dicembre). La sequenza è chiara: prima le cariche della polizia, e solo dopo i lanci di pietre e petardi, l’incendio dei cassonetti e quant’altro. Non dunque una reazione sproporzionata o “scappata di mano” agli agenti operanti, ma una strategia studiata dall’alto e applicata secondo uno schema preordinato. Una scelta che conferma una gestione dell’ordine pubblico tesa a considerare i manifestanti come “nemici” da neutralizzare.
Terzo. Si arriva così alla questione della violenza, in cui regnano confusione e ipocrisia, non solo per quanto riguarda la ricostruzione dei fatti. La violenza è un metodo che non ci appartiene (a me personalmente, a Volere la Luna e all’area che a noi fa capo). Lo abbiamo detto e scritto infinite volte, spiegandone le ragioni profonde: non per accodarci o confonderci con posizioni tattiche e strumentali, ma perché le dure lezioni della storia ci hanno insegnato che raramente la violenza è levatrice di democrazia e di libertà e che, al contrario, la società di domani sarà a immagine e somiglianza del modo in cui la si è costruita (e, dunque, giusta e rispettosa della dignità di tutti se costruita con mezzi pacifici, violenta e prevaricatrice se edificata con la violenza). Ma proprio la nettezza di questa posizione ci consente (e anzi ci impone) di affrontare il tema nella sua complessità e con il necessario realismo. Dicendo alcune cose tanto elementari quanto taciute. Anzitutto che violenza non è solo l’incendio di un cassonetto o il lancio di un petardo ma anche – e ancor più – la guerra, il genocidio, lo sfruttamento, la repressione del dissenso e che non è credibile (e ne è, anzi, corresponsabile) chi condanna i vandalismi dei manifestanti ma assolve (o addirittura pratica) le altre condotte. E, poi, che violenze e scontri con le forze dell’ordine accompagnano, da sempre e ovunque, manifestazioni e proteste: non c’è bisogno, per saperlo, di essere degli studiosi del tema. Basta vedere, qualche volta, un telegiornale, con corrispondenze da Hong Kong, o dagli Stati Uniti, o anche solo dalla vicina Francia; e magari aver letto qualche pagina dei Promessi sposi come quelle dedicate al coinvolgimento di Renzo nell’assalto al forno («“Pane! pane! aprite! Aprite!” […] “Giudizio, figliuoli! badate bene! siete ancora a tempo. Via, andate, tornate a casa. […] Eh! eh! smettete con que’ ferri; giù quelle mani. Vergogna. Voi altri milanesi, che, per la bontà, siete nominati in tutto il mondo! Sentite, sentite: siete sempre stati buoni fi… Ah canaglia!”. Questa rapida mutazione di stile fu cagionata da una pietra che, uscita dalle mani d’uno di que’ buoni figliuoli, venne a batter nella fronte del capitano, sulla protuberanza sinistra della profondità metafisica. “Canaglia! canaglia!” continuava a gridare, chiudendo presto presto la finestra, e ritirandosi. […] Più d’uno fu conciato male; due ragazzi vi rimasero morti. Il furore accrebbe le forze della moltitudine: la porta fu sfondata, l’inferriate, svelte; e il torrente penetrò per tutti i varchi»). Lo aveva capito persino il legislatore fascista che, proprio in considerazione delle dinamiche proprie dei grandi assembramenti, aveva inserito nel codice penale la disposizione dell’art. 62 n. 3, che prevede una riduzione di pena, a determinate condizioni, nel caso di reati commessi «per suggestione di una folla in tumulto». Non si tratta – superfluo dirlo – né di minimizzare né di giustificare alcunché, ma semplicemente (e doverosamente) di contestualizzare le cose e di guardare in faccia la realtà, per mettere in campo risposte complete, adeguate e non controproducenti (https://volerelaluna.it/controcanto/2025/01/16/dopo-ramy-violenza-ordine-pubblico-ipocrisia/).
Quarto. Le prospettive. Che fare adesso? La questione non è certo risolta. Anzi. Torino è tutt’ora una città militarizzata in cui corso Regina Margherita, arteria fondamentale per lo scorrimento del traffico, è, per centinaia di metri, chiusa alle auto e in cui, nell’area prossima all’asilo in cui aveva sede Askatasuna, i residenti devono, per rientrare in casa, esibire documenti di identità. E, intanto, si anticipano nuove manifestazioni di protesta: a Capodanno e, poi, il 17 e il 31 gennaio. Dove il problema non sta, certo, nelle manifestazioni ma, appunto, nel che fare. Il nastro si riavvolge e si ritorna al principio, alla questione che si era detto di aver risolto con lo “sgombero”: come si governano le città? con le ruspe o con il dialogo? con l’espulsione (tentata) di diversi, marginali, ribelli, migranti o con un confronto diretto, ostinatamente, ad assorbire conflitti e scontri e a promuovere inclusione e integrazione? E, nello specifico, Torino sarà militarizzata per mesi e trasformata in una gigantesca “zona rossa”, sull’esempio degli Stati Uniti di Trump, o riprenderà il percorso interrotto dall’irruzione della polizia nell’ex asilo di corso Regina 47? Dopo l’iniziale incertezza (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2025/12/19/askatasuna-uno-sgombero-contro-la-citta/), il sindaco – in sede di dibattito in Consiglio comunale – ha affermato di voler perseguire la seconda strada: «l’amministrazione che rappresento non intende modificare le proprie priorità né cambiare approccio». Restiamo in attesa di iniziative coerenti: nei confronti dell’autorità di governo per riacquisire il controllo dell’immobile, e nei confronti dei cittadini con cui era in corso il progetto di riqualificazione per riprendere il percorso interrotto (con le modifiche e gli aggiustamenti imposti dagli ultimi eventi). Se così non sarà è facile prevedere, per la città, un periodo tempestoso, all’esito del quale è auspicabile che non ci si debba associare alle parole del premio Nobel per la letteratura J. M. Coetzee in conclusione di un libro (Aspettando i barbari, Einaudi, 2000, edizione originale 1980) che affronta temi simili: «Quei poveri prigionieri che ha trascinato qui […] sono loro il nemico che devo temere? È questo che mi sta dicendo? Lei è il nemico, colonnello. Lei ha cominciato la guerra, lei ha dato loro tutti i martiri di cui avevano bisogno. E non ha cominciato oggi ma un anno fa, quando ha compiuto le sue prime sporche atrocità!».








