Università, autonomia e responsabilità pubblica — di Dana Lauriola
La chiusura straordinaria di Palazzo Nuovo di oggi e domani, decisa dall’Università degli Studi di Torino, per evitare un evento culturale (musicale) organizzato da alcuni collettivi universitari non può essere archiviata come una risposta meramente tecnica a un fine settimana complesso sul piano dell’ordine pubblico – il riferimento del fine settimana è alla manifestazione nazionale convocata a Torino per il 31 gennaio, in seguito allo sgombero del Centro sociale Askatasuna, e apertamente rivolta contro il Governo Meloni e le sue politiche securitarie, razziste e guerrafondaie.
Archiviare tutto questo come una decisione neutrale dicevamo, significherebbe evitare la questione di fondo che la decisione solleva, e che riguarda il rapporto tra università, potere politico e spazio pubblico.
Non è un caso che, già nel pensiero greco, la conoscenza fosse concepita come pratica pubblica. Per Aristotele, la polis esiste affinché gli esseri umani possano non solo vivere, ma vivere bene, e questo implica educazione, confronto, conflitto regolato. Quando lo spazio del sapere viene separato dalla città e ricondotto a una funzione puramente amministrativa, è questo legame originario a incrinarsi.
Non si tratta, del resto, di un episodio isolato. Da tempo, anche negli atenei, si moltiplicano richieste di “collaborazione” con dispositivi esterni che poco hanno a che vedere con la didattica o con la ricerca. Pressioni informali, inviti alla cautela, rinvii di iniziative considerate inopportune: singoli fatti che, presi uno per uno, possono apparire marginali, ma che nel loro insieme delineano una tendenza meno rassicurante.
Il nodo non è la singola decisione, bensì il precedente che essa contribuisce a produrre. Oggi si chiude uno spazio per ragioni di sicurezza; domani si scoraggia un’iniziativa; più avanti, ed è già accaduto altrove, si comincia a discutere di contenuti, di linguaggi, di ciò che è “adatto” o meno a un’aula universitaria. Non servono direttive formali: è sufficiente un clima.
La storia delle università mostra come questi slittamenti avvengano quasi sempre in modo graduale. Non attraverso atti apertamente autoritari, ma mediante provvedimenti amministrativi apparentemente neutri, accompagnati da richiami al buon senso, alla responsabilità, alla necessità di evitare tensioni. È così che l’autonomia si erode, spesso senza che ce ne si accorga.
In questo senso, la vicenda interpella non soltanto gli studenti. Docenti, ricercatori, personale tecnico-amministrativo non possono considerarsi spettatori esterni. L’università non è un’entità astratta né una semplice infrastruttura: è una comunità. E quando quella comunità tace, il silenzio rischia di essere interpretato come assenso.
Riflettere su quanto accaduto a Palazzo Nuovo significa allora interrogarsi su una traiettoria possibile, non su un fatto isolato. Se l’università debba limitarsi ad adattarsi, riducendo il conflitto e prevenendo il dissenso, o se intenda ancora esercitare una funzione critica nello spazio pubblico, anche quando questo comporta attrito.
La questione non riguarda una festa, né un edificio. Riguarda il ruolo dell’università come istituzione pubblica. E riguarda la disponibilità di chi la abita a difenderne l’autonomia prima che essa venga svuotata, restando soltanto una formula priva di contenuto.








