Programma Io, manifesto mese di marzo
50 anni fa questi manifesti riesumati nel Centro “Volere la luna” di Torino non avevano la funzione principale di piacere, ma di convocare una manifestazione, lanciare parole d’ordine, indire uno sciopero…
Chi li ha disegnati su carta lucido o acetato e li ha tirati in serigrafia ( e li ha affissi) era un artista?
Direi di sì Essere artista non coincide sempre con Fare l’artista.
Notiamo che queste serigrafie, però, non sono firmate.
Oggi le attribuiamo ad alcuni autori solo grazie alla testimonianza diretta degli autori stessi ancora in vita e dei loro compagni dell’epoca, di mezzo secolo fa.
Gli autori – singoli e collettivi – che le stampavano e le affiggevano – più o meno avventurosamente – non pensavano di fare “opere d’arte”, ma militanza politica, che si credeva rivoluzionaria.
In fondo si realizzava quella fusione tra arte e vita su cui si sono tanto interrogati gli artisti dei vari “moviment-ismi” del secolo scorso.
Da un punto di vista “formale” le suggestioni venivano dagli atélier parigini del maggio ‘68, dagli almanacchi Bompiani di grafica, dai réportage da Cuba o dal Cile, dai manifesti cinesi distribuiti dalla Libreria popolare di via S.Anselmo a Torino.
L’importante era che quei manifesti finissero sui muri, sussurrassero o urlassero alle “masse”.
Erano in grado di farlo con tempestività e continuità rispetto agli eventi!
Da un punto di vista storico artistico, ho detto che pochi testimoni sono in grado di attribuire a determinate artiste e a determinati autori i manifesti che vediamo temporaneamente in cornice e in proiezione video nel centro “Volere la luna”.
Oggi, qui, stiamo accettando un compromesso: riportiamo all’ordine della “mostra” stampe che sono sopravvissute per caso, molte sono andate perdute, e non a caso!
Ma non è un dispiacere, è giusto così!
Ciò che resta e vale, secondo me, è l’esperienza concreta di un’arte anonima,
non in vendita,
alimentata dal piacere della produzione – semplice ed economica – e della comunicazione – facile ed efficace -.
Nessun affanno per la novità a tutti i costi, nessuna galleria di tendenza, nessun contorsionismo filosofico, nessuna rincorsa del successo:
l’artista, come ogni militante politico, era un pesce nell’acqua, pesce nell’acqua che nuota contro corrente, di quella collettività di lavoratrici e lavoratori proletari che prendevano coscienza di poter edificare una nuova società, una società ugualitaria senza essere appiattita, perché riconosce pari dignità a ogni essere umano. Si superava così sia l’immagine dell’artista genio superstar sia quella del bohémien maudit.
Ecco, questo, per me, è l’insegnamento più interessante di una scelta propositiva, non esclusiva, libera.
È un invito a superare polemiche sterili e spesso frustrate contro il “sistema dell’arte” e il mercato – tanto questo è in grado di fagocitare tutto comunque -.
Gli artisti [ovviamente donne e uomini, mi si perdoni la conservazione della regola delle concordanze] possono condividere un periodo di trasformazione sociale e politica
– offrendo alcune loro opere per finanziare un movimento, una causa
– esprimendo nelle loro opere il loro modo di sentire il cambiamento
– immergendosi nella parte più cosciente e attiva che prefigura una nuova società portando il proprio contributo creativo e stimolando la creatività che in vario modo fa parte di ogni essere umano.
Ciascuna di queste scelte è libera e legittima. Io preferisco la terza.
Certamente anche oggi esistono persone creative che possono immedesimarsi negli strati sociali che hanno bisogno di liberarsi dallo sfruttamento economico e dalla violenza della guerra.
Forme e stili e contenuti sono comunque salvi, liberi, l’arte non perde la sua autonomia, non è questo il problema. Marcel Duchamp a chi gli chiedeva “E così non lavora più?”
rispondeva “A che serve…è già stato fatto tutto, è già stato detto tutto.” Ed era il 1920!
Alessandro Midulla
dal 68 i muri ribelli
Tamburi lontani
di Ferruccio Giromini
C’è da chiedersi se, dinanzi a questa rombante cascata di tanti documenti ormai di valore archeologico, sia possibile guardarli staccando, o perlomeno attenuando, l’attivazione del filtro politico. Probabilmente è – potrebbe essere – anche una questione di età. Chi ha vissuto quegli anni in gioventù non può, credo, non lasciarsi trascinare dalla corrente impetuosa dei ricordi. E alla fine può essere un bagno pure rigenerante.
Perché in quegli anni avventati, all’insegna della condivisione continuativa dello sdegno, dell’agitazione dell’emozione, anche il semplicismo era sana immediatezza – tutto appariva bianco e nero e rosso – come le tinte base di quei manifesti sui muri.
Oggi siamo invecchiati più complicati, più esigenti, più cavillosi, più schizzinosi, più indecisi, più lenti. Quei manifesti sui muri erano l’esatto contrario: improvvisi, rozzi, ingenui, risoluti.
Grida e non sussurri
In giovinezza tutto si esperisce più vivido. E quella era anche la giovinezza di un linguaggio.
Programma Io, manifesto
Non ci sarà un tavolo dei relatori, ma ci saranno solo delle sedie per i partecipanti
Giovedì 21 alle ore 18,00 – “io manifesto” Come valorizzare il patrimonio comune – Testimonianze degli autori e programmazione per i futuri eventi su come fare comunicazione e sul suo significato.
Giovedì 28 alle ore 18,00 – Insieme per costruire la seconda puntata di “Io manifesto”- Incontro per valutare che fare, con alcune realtà della città, per non rimettere nel cassetto un materiale di enorme valore.









