La democrazia ribelle di Piero Gobetti – di: Marco Revelli
La mattina di lunedì 16 febbraio 2026 con una cerimonia solenne al Teatro Carignano, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarelle e con una Lectio magistralis di Gustavo Zagrebelsky, si apriranno ufficialmente le Celebrazioni per il Centenario dalla morte di Piero Gobetti promosse dall’omonimo Comitato Nazionale , istituito per iniziativa del Centro Studi Piero Gobetti, con la partecipazione di tutte le principali istituzioni culturali torinesi, del Comune di Torino e della Regione Piemonte, e presieduto dal prof. Zagrebelsky. Marco Revelli, presidente del Centro Studi Gobetti, ricorda così la figura di “Piero”.
Esattamente cent’anni fa moriva a Parigi, dove la persecuzione fascista l’aveva costretto, per i postumi dell’ultima aggressione squadrista, Piero Gobetti. Se ci chiediamo che cosa abbia da darci e da dirci, oggi, a un secolo dalla scomparsa, quel venticinquenne dal corpo apparentemente fragile, dallo sguardo straordinariamente penetrante – così lo ritrae l’amico pittore Felice Casorati in un celebre dipinto dell’epoca -, e se “possiamo ancora considerarlo un nostro contemporaneo”, la risposta è insieme impegnativa e amara: “Sì, Gobetti ha da darci tutto ciò che ci servirebbe, e che non abbiamo”. Un’intelligenza critica capace di andare sotto la superficie dei fatti per coglierne l’essenza. Un rispetto della propria dignità che gli faceva aborrire ogni forma di servilismo (“che ho a che fare io con gli schiavi” era il motto scelto per la sua casa editrice). Un senso della Storia che gli permetteva di vedere nel fascismo appena nascente l’abominio che sarebbe diventato. E di cogliere in esso l’”autobiografia della Nazione”, ovvero la sintesi di tutti i vizi che accumulati nel processo di formazione dell’Italia unita le impedivano di diventare un Paese civile. Doti, queste, che gli conferivano una naturale autorevolezza, tale da consentirgli di parlare da pari, e in qualche caso da “educatore”, con le più venerabili figure intellettuali del tempo, da Croce a Salvemini a Einaudi (lo “scolaro maestro” lo definì Augusto Monti, suo professore e amico).
Ciò che colpisce al primo sguardo, del suo profilo, è la dimensione sconfinata della sua produzione: nel volgere di un tempo brevissimo (la sua “breve esistenza”), tra i 18 e i 25 anni, Piero ha fondato tre riviste (“Energie Nove”, nel 1918, “Rivoluzione liberale”, nel 1922, il “Baretti”, nel 1924) ottenendo i contributi delle più importanti figure del panorama culturale di allora; ha fondato una Casa editrice il cui modello ha fatto scuola e che ha pubblicato 114 titoli (tra cui gli Ossi di seppia che valsero a Eugenio Montale il premio Nobel per la poesia); ha scritto centinaia di articoli e di saggi che riempiono tre enormi volumi oltre a importanti libri come La Rivoluzione liberale, Risorgimento senza eroi, Il paradosso dello spirito russo (questi ultimi due usciti subito dopo la morte); ha intrattenuto un’infinità di rapporti con centinaia di interlocutori inviando migliaia di lettere (oggi raccolte nel monumentale epistolario pubblicato da Einaudi per la cura di Ersilia Alessandrone Perona)… Per questo Norberto Bobbio l’ha definito “il prodigioso giovinetto”.
Se poi andiamo più in profondo, e ci chiediamo da dove provenisse quella esplosiva energia che alimentava la sua febbrile attività, constatiamo che certo, un ruolo importante l’ha avuto il suo carattere: una volontà ferrea, quasi feroce (potremmo dire “alfieriana”, per riferirci a un suo mentore ideale), una determinazione che non permetteva riposo, da etica protestante; una capacità di lavoro inesauribile, come di chi sa che gli manca il tempo per fare ciò che deve. Ma accanto a ciò, e prevalente, c’era la necessità – esistenziale prima che politica – di combattere il fascismo. Di contrastare quello che considerava, e che definì, come “la sintesi di tutte le sue antitesi”. E nel combattere il quale impegnò tutto se stesso, strutturando un rapporto tra pensiero e azione che costituisce il tratto più qualificante di tutto il suo progetto culturale e di vita.
Nel fascismo egli vedeva, infatti, non solo la brutalità e la volgarità del ministero Mussolini (certo anche quelle, che ne provocarono la morte), ma anche il confluire di tutto l’insieme dei cattivi sentimenti e delle pessime pratiche di quella che chiamava “l’altra Italia”, costituita dal corrotto notabilato tardo-liberale, malato di ministerialismo e di trasformismo, ostile a tutto ciò che sapeva di autonomia e di emancipazione, conservatore fino al punto da preferire aprire le porta alla nuova barbarie avanzante, per paura delle domande di giustizia delle ancora embrionali “lotte del lavoro”. “Combattere Mussolini per sostituirgli tra sei mesi Nitti, Cocco-Ortu, Orlando o Giolitti, no e poi no. Le nostre sono antitesi integrali” scrisse immediatamente a ridosso della Marcia su Roma (già nel novembre del 1922). Ed era esattamente così, perché nel Regime che veniva avanti, non visto da quasi tutti, e da tutti sottovalutato nella sua mortale pericolosità, Gobetti vedeva, con visionaria chiarezza, tutto ciò che detestava nel carattere di troppi suoi contemporanei e nella stessa deludente vicenda della formazione nazionale italiana: il culto dell’unanimismo e il timore per la battaglia politica, la ciarlataneria e la vocazione per il servilismo (“Palingenesi totalitaria dei cortigiani” lo definì), il vizio della delega (al potente di turno) e la passione per la vuota retorica come espediente per mascherare l’incapacità a lottare per le proprie idee. La definì, con espressione geniale, ”impudenza della nostra impotenza” a significare il modo nel quale un popolo impotente a fare la propria storia attraverso la libera partecipazione, si affida all’impudente retorica di una presunta grandezza affermata attraverso il sopruso e la vessazione dei deboli. E commentava: “A un popolo di dannunziani non si può chiedere spirito di sacrificio”.
A questo punto si sarà ben compreso come quello di Gobetti fosse un liberalismo molto sui generis. Un liberalismo inquieto. Un liberalismo “rivoluzionario”, appunto, che non si acquieta nella pacificante formalità delle istituzioni ma si affida alla dialettica del conflitto, all’iniziativa autonoma delle minoranze eretiche, al confronto e allo scontro tra identità individuali e collettive capaci di dar vita a una vera e consapevole lotta politica, fossero esse gli operai della Fiat nel 1920 o i rivoluzionari di Lenin e Trozky nella Russia liberatasi dagli zar (prima della successiva burocratizzazione autoritaria da Gobetti subito denunciata). Allo stesso modo la sua idea di Democrazia era lontana anni luce dai regimi della governabilità che vanno per la maggiore oggi. Era una democrazia dinamica, una “democrazia da fare”, come la definirà in uno scritto del 1924, ovvero da costruire giorno per giorno nel contrasto delle idee e degli interessi, da soggetti capaci, ognuno, di tenere le proprie posizioni, in contrapposizione con quella che definiva, allora, la “democrazia dell’armonia”, talmente avida di unanimità e di sottomissione ai più forti, da tentare persino di assimilare il fascismo nascente e di normalizzare la rivoluzione conservatrice che quello stava imponendo a colpi di manganello e olio di ricino.
Ecco perché, ancor oggi, Gobetti piace così tanto a quelli come noi. Ed è detestato, all’opposto, dagli eterni apologeti delle classi dirigenti (quali che esse siano). Dai fautori della continuità del dominio dei soliti titolari di rendite di posizione, eterni cultori di un nazionalismo cortigiano e di un “cerchiobottismo” servile. Ai timorosi di tutto ciò che sa di spirito ribelle e di critica del potere. Vent’anni fa, in occasione degli 80 anni dalla morte, si prese una serie di scomuniche dai soliti noti, impegnati allora ad accudire in culla la neonata “seconda repubblica” all’insegna della restaurazione conservatrice. Galli della Loggia lo stroncò, sulle pagine del Corriere della sera, deprecandone l’asimmetria nel giudizio su fascismo e comunismo, e soprattutto – udite udite! – l’”eticizzazione” della cultura liberale come forma paradossalmente interna all’”ideologia italiana” (uno schizzo di perfidia, perché quella era in realtà la “bestia nera” nella visione gobettiana). Domenico Settembrini e Lucio Colletti, per parte loro, alla domanda sulla attualità de La rivoluzione liberale in occasione della sua riedizione, avevano risposto rispettivamente: “Nessuna” e “Quel libro serve solo a D’Alema”, mentre Dino Cofrancesco l’aveva commentata sul “Corriere della Sera” (tanto per cambiare) sotto il titolo La rivoluzione inattuale. La rivista “Liberal” (espressione di un’area ibrida cattolica e sedicente liberale con agganci forti con i neocon americani), per parte sua, aveva aperto il fuoco a palle incatenate con Giuseppe Bedeschi definendo la posizione gobettiana “obsoleta” perché il conflitto che propugnava “non verteva su consistenti interessi mondani, ma su impegnative concezioni del mondo” (sic).
Oggi, come ieri, le rispettive posizioni non sono cambiate.








