E Cesare Augusto non era un gran fusto — di Roberta Massirio
“E Cesare Augusto non era un gran fusto, credi a me” cantava nei lontani anni Sessanta Gianni Morandi contestando in modo scanzonato il latino ancora presente nelle nostre scuole.
Già, i conti con la Romanità li facciamo da sempre e questo vale, almeno in parte, anche per la recente polemica scoppiata ai margini della mostra MonumenTo allestita a Palazzo Madama e con ramificazioni nella città di Torino
Nell’introduzione al catalogo della mostra Renzo Villa, che con il figlio Giovanni Carlo Federico, direttore di Palazzo Madama, lo ha curato, a proposito delle statue di Cesare e Augusto poste di fronte alle Porte Palatine scrive: veglino sul degrado che gli inevitabili movimenti di popoli mediterranei, già romanizzati, potrebbero causare alle vestigia. Insorgono storici e politici nei confronti di un’interpretazione e di un utilizzo arbitrario di statuaria e storia romana. La critica da parte del centrosinistra cittadino si appunta soprattutto sulla possibile, forse qualcosa in più, lettura polemica nei confronti della Torino multietnica e variegata su cui dovrebbero vegliare, guardinghi e occhiuti, i due campioni della romanità. Questa interpretazione viene sostenuta con la solita efficacia e competenza anche da Tomaso Montanari, che ne accentua la dimensione eticopolitica: il catalogo, la mostra et cetera sono finanziati dal contributo dei cittadini che non meritano una simile avvilente frase.
La Fondazione Torino Musei prende la decisione di “ristampare il catalogo a proprie spese senza quella frase”, rimediando così, almeno in parte, alla situazione incresciosa e imbarazzante.
Che dire di tutta la vicenda? Molte cose e da più punti di vista.
Prima fondamentale riflessione dovrebbe riguardare quanto già accennato all’inizio: il complesso problema del rapporto con Roma, la Romanità, il mondo classico in generale, che contraddistingue la nostra storia culturale e politica. Ai Romani abbiamo fatto dire di tutto e così alla storia di Roma: da Destra (la Romanità fascista), da Sinistra (il mito di Spartaco, per esempio). Tutto comprensibile e in parte lecito, ma i rischi sono evidenti, come in questo deplorato caso dei Cesari, paladini dell’ordine e della salvaguardia etnica.
Ha ragione la docente di Storia Romana Silvia Giorcelli quando ricorda la complessità multietnica dell’Impero Romano e il variopinto mondo della Roma ai tempi di Augusto, demolendo l’immagine stereotipata di bianchi edifici, di statue composte e di cittadini in toga e laticlavio.
D’altra parte non dobbiamo dimenticare che il mondo romano era sì inclusivo, ma anche gerarchico, schiavista, negatore di diritti e uguaglianza, cosa che potrebbe rendere comprensibile uno sguardo leggermente snob di Cesare e di Augusto nei confronti della chiassosa Porta Palazzo (uso qui la figura dell’ironia per richiamare scherzosamente quanto detto a propria giustificazione da Renzo Villa a proposito della ormai celebre frase).
Ancora un punto e qui allarghiamo l’orizzonte al Mediterraneo e alle coste dell’Africa del Nord da cui vengono genti “diverse” che sembrano suscitare l’inquietudine di Villa. Non bisogna dimenticare che proprio dell’Africa del Nord, dall’Africa Nova, erano originari fior di intellettuali, uomini di chiesa, grandi filosofi e anche imperatori, nonché masse di schiavi, manovalanza dequalificata e sfruttata.
In conclusione: quante cose hanno da dire le statue se le si guarda con attenzione e rispetto della storia.








