Diritto alla casa: mai più case senza famiglie e famiglie senza case. Di Giustino Scotto d’Aniello
Torino è tra le città italiane dove il disagio abitativo si manifesta in modo più evidente e drammatico; da alcuni anni vive una forte tensione abitativa, dovuta, per lo più, a scelte di politiche urbanistiche e abitative che non incrociano la forte domanda di alloggi pubblici da parte delle classi sociali più esposte alla crisi economica.
Gli sfratti avviati dal Tribunale di Torino sono pari a 1.380 (anno 2023 riferiti al 2022), le domande inoltrate per l’emergenza abitativa sono state 770, di cui Il 63% hanno riguardato nuclei familiari sfrattati per morosità incolpevole e il 15% per finita locazione.
Gli alloggi sociali assegnati sia per graduatoria, che per emergenza risultano essere 346 e 302 i contratti di locazione “intermediati” dall’agenzia sociale per la locazione del Comune di Torino (Lo.Ca.Re).
Gli stessi Osservatori sulla condizione abitativa sia comunale che regionale,incrociando i dati tra l’offerta abitativa pubblica e la domanda, ci segnalano che “da diverso tempo, per far fronte alla domanda di casa popolare si utilizzano quasi esclusivamente gli alloggi che vengono rilasciati dagli assegnatari nel corso degli anni, si tratta di un turnover bassissimo e non viene realizzata nuova edilizia sociale in quantità congrue.”
La criticità trova conferma nei dati riportati dagli stessi, precisamente:
– alloggi di edilizia sociale di proprietà comunale ed ATC: 17.435 (pari al 3,5% del totale delle unità abitative)
– alloggi di edilizia residenziale pubblica sfitti (fonte: Osservatorio regionale): 2415
Le case popolari sfitte per mancata manutenzione e non solo, in stato di degrado, sono un indicatore dello stato di abbandono delle politiche abitative pubbliche ed è sempre più evidente che la questione abitativa assume oramai carattere strutturale e non solo emergenziale, basta ricordare che l’ultimo Piano casa regionale risale al 2006 e a livello nazionale al cosiddetto “Piano Fanfani”…
Alla carenza di edilizia pubblica, si somma la grave situazione del mercato locatizio privato, in particolare si registra nell’ultimo periodo un aumento degli affitti pari al 6%, dovuto anche alle distorsioni intervenute con l’ampliamento degli “affitti brevi” e non solo, inoltre si registra un costante aumento di alloggi pignorati che vengono recuperati dalle banche e società finanziarie e non più, di fatto, sottoposti ai procedimento da Tribunale.
Inoltre si registra un aumento delle richieste di sfratto per finita locazione da parte di società immobiliari che acquisiscono interi immobili da destinare ad “housing sociali”, studentati…B&B ecc.
A tutto ciò si registrano fenomeni gravi di sfruttamento abitativo da parte di soggetti spregiudicati che operano da anni nel mercato informale, rivolto in particolare ai nuclei stranieri e/o famiglie italiane in situazioni di disagio economico e sociale che non hanno accesso al mercato privato regolare.
Lo stesso Comune di Torino ha in atto un piano di alienazione di immobili pubblici, cosi come altri grandi enti pubblici e religiosi. Necessita bloccare questa tendenza a fare cassa con la svendita del patrimonio pubblico che sottrae risorse abitative importanti.
Negli ultimi mesi a Torino è in atto un interessante movimento per il diritto all’abitare che ha aperto una vertenza su una contraddizione presente a Torino, ma non solo, precisamente quella riferita “alle famiglie senza casa e alle case senza famiglie”. I dati rilevati ci raccontano di decine di migliaia di alloggi vuoti destinati per lo più alla speculazione finanziaria.
Il movimento denominato “VAR” (Vuoti a rendere) ha prodotto una delibera di iniziativa popolare che è stata sostenuta in poco tempo da quasi duemila firme ed è in fase di discussione negli organismi comunali per poi passare al vaglio del consiglio. Proposta di delibera che ha fatto insorgere le associazioni dei proprietari di case e che ha aperto un forte dibattito tra le forze politiche con un ritorno mediatico molto significativo. Nel merito la proposta di delibera, riprendendo alcune esperienze internazionali, rivendica la disponibilità degli alloggi vuoti da almeno due anni intestati a “grandi proprietari” (di almeno 5 alloggi), per realizzare questo obiettivo si propone di prevedere 1) diffida, 2) sanzioni, 3) requisizione.
Ovviamente il tema della requisizione è l’aspetto che ha avuto un effetto esplosivo in quanto si ritiene la proprietà privata intangibile…e la proposta è definita “sovietica”, peccato che i primi in Italia a parlare di requisizione sia stato un certo La Pira già Sindaco DC di Firenze nel dopoguerra, che sosteneva “in fase di emergenza, strumenti di emergenza”, a tal scopo come non dimenticare il ministro D.C. Sullo che aveva previsto gli espropri dei terreni per usi pubblici e il coordinamento VAR è stato realizzato da un numero consistente di organizzazioni del terzo settore, con evidente assenza delle OO.SS. sia confederali che base…

Ovviamente tutto ciò riscontra un forte limite e non favorisce l’estensione di un conflitto sociale efficace per l’affermazione del diritto all’abitare.
Stesso discorso vale per un altro coordinamento (RAMA – Rete Antirazzista Militante sull’Abitare) realizzato anch’esso da più di 100 organizzazioni del terzo settore che ha aperto una vertenza sull’accesso all’abitare degli immigrati, verso i quali si attua un vero e proprio razzismo abitativo, che ricorda gli anni del dopoguerra a Torino con i cartelli “non si affitta ai meridionali”.
A Torino, da molti anni gli interventi di edilizia sociale hanno marginalizzato il comparto dell’edilizia popolare a favore del cosiddetto “housing sociale”, che ha aperto le porte a nuove speculazioni senza scalfire le cause del profondo disagio abitativo presente in Città.
Detta strategia è ben presente e trova spazio rilevante nello stesso documento di revisione del PRG sia della passata amministrazione pentastellata che quella attuale di centro sinistra: il tanto decantato mix pubblico – privato, non fa altro che rimettere “la soluzione” nelle mani dei grandi poteri presenti, ovvero agli stessi responsabili della grave situazione emergenziale in atto nel settore
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Che fare?
A fronte di quanto sopra descritto, si ripropone l’antico tema del “Che fare?”, precisamente, quali proposte mettere in campo, per far fronte all’emergenza abitativa che riguarda oramai in modo trasversale tutti i gruppi sociali più esposti alla crisi e non solo quelli tradizionali (“senza tetto”, nomadi, ecc).
Emerge la necessità di un ampliamento dell’offerta abitativa pubblica, a basso costo e senza ulteriore consumo di suolo, il recupero del patrimonio edilizio abbandonato è una delle priorità da realizzarsi, con l’ausilio di uno strumento quale un “Osservatorio” che rilevi e realizzi il censimento dei manufatti utili allo scopo.
Tale misura, ovviamente, ha tempi non compatibili con l’esigenza di garantire una casa alle famiglie che nei prossimi mesi saranno sottoposte alle esecuzioni di sfratto, pertanto necessitano interventi urgenti e indilazionabili, utilizzando strumenti previsti dalle normative vigenti per far fronte alle emergenze sociali che per motivi diversi si manifestano in tutta la loro drammaticità.
Gli alloggi vuoti e immediatamente occupabili, di proprietà delle grandi imprese ed Enti vari sono stati evidenziati in premessa, pertanto, per realizzare il passaggio da “casa a casa”, lo strumento giuridico utile al raggiungimento dell’obiettivo è la requisizione di detti immobili.
Detta misura emergenziale, integra e non sostituisce l’altra misura strutturale che è l’aumento dell’edilizia popolare, attraverso interventi di riqualificazione del patrimonio di edilizia popolare inutilizzato, per l’attuazione molto limitata di manutenzione straordinaria. Altresì, bisogna mantenere alta l’attenzione ai tentativi costanti di svuotare il centro storico dall’edilizia popolare, tesa a favorire la grande speculazione fondiaria e marginalizzare sempre più il popolo delle case popolari.
Ovviamente, quanto su esposto non è esaustivo della problematica in argomento, in quanto, vanno affrontati questioni quali l’Agenzia Territoriale della Casa (ATC), le grandi cooperative edilizie, il mercato delle locazioni, la revisione dei canoni in rapporto al reddito, la riformulazione dei regolamenti comunali vigenti (v. LOCARE) che non trovano più rispondenza nella complessità odierna e per chiudere (non ultima per importanza) una seria ed efficare rete di assistenza al popolo degli “invisibili”, che è in fase di espansione e non solo per le politiche migratorie ma anche per la crisi produttiva ed economica post pandemica.
Giustino Scotto d’Aniello
Responsabile sportello casa di
Volere la Luna








