Corteo sulla casa — Riccardo Barbero e Davide Lovisolo
Si è tenuta sabato 15 novembre scorso la manifestazione cittadina sul problema della casa, promossa da circa 70 organizzazioni sociali torinesi che si occupano a vario titolo del problema della carenza di alloggi in affitto nella nostra città sia per i soggetti economicamente più fragili, sia per le famiglie di immigrati che, pur disponendo di un reddito da lavoro adeguato, vengono discriminate per motivi razziali e sia ancora per i sempre più numerosi studenti universitari fuori sede, che non trovano collocazione negli studentati pubblici per carenza di posti e neppure in quelli privati perché pretendono rettetroppo elevate. La manifestazione è stata promossa da RAMA, la rete antirazzista militante per l’abitare e dalla campagna politica denominata “VAR- Vuoti a rendere” (a cui ha aderito anche Volerelaluna) che, attraverso una proposta di delibera di iniziativa popolare ha portato in Consiglio Comunale il problema del bisogno di casa a prezzi decenti a Torino e sulla necessità di usare lo strumento dei disincentivi e delle sanzioni, , ottenendo alcune primi parziali risultati.
La campagna che si è sviluppata nel corso di un anno e mezzo ha avuto il merito di ridare centralità al tema dell’abitare in Torino che, come quasi tutte le città italiane ed europee, vede ridursi il numero degli alloggi disponibili per l’affitto ai residenti: i proprietari preferiscono, infatti, indirizzarsi al mercato degli affitti brevi o a quello delle piattaforme digitali per il turismo che sono più redditizi ed evitano il problema della eventuale morosità degli inquilini.
Sono infatti migliaia (la stima più recente parla di 65000) gli alloggi vuoti in città.
D’altro canto, l’edilizia pubblica, da anni trascurata dalle amministrazioni locali, non è in grado, a sua volta, di garantire per le fasce di popolazione economicamente più deboli un intervento quantitativamente e qualitativamente adeguato.
Sono, infatti, migliaia gli alloggi di edilizia popolare vuoti perché mancanti dei requisiti di abitabilità a causa di anni di assenza di manutenzione: gli enti locali preposti (Regione in primo luogo, ma anche il Comune) da troppo tempo lasciano andare in malora il patrimonio edilizio pubblico, che risulta così sempre meno capace di dare una risposta alla crisi delle abitazioni cittadine.
Probabilmente dietro a questo assenteismo si cela l’intenzione più o meno esplicita di privatizzare almeno in parte la gestione della azienda regionale per l’edilizia popolare (ATC).
Un terzo elemento presente all’interno del tema dell’abitare è la presenza di un atteggiamento razzista sia tra le forze politiche della maggioranza in Regione, che vorrebbero impedire che lavoratori migranti possano concorrere nelle graduatorie per avere un alloggio popolare di edilizia pubblica, sia tra molti proprietari privati, che discriminano gli inquilini in base al paese d’origine o al colore della pelle.
La proposta di “Vuoti a rendere” proponeva, per affrontare questi aspetti del tema dell’abitare sia bloccando ulteriori dismissioni degli alloggi di proprietà pubblica, sia proponendo per i soli grandi proprietari (più di 5 alloggi) che lasciano sfitte le loro abitazioni forme di sollecito e di disincentivazione, fino all’eventuale temporanea requisizione, per reimmetterle sul mercato delle locazioni ad affitto concordato. A monte di
questi provvedimenti si richiede anche lo svolgimento di un censimento per quantificare più esattamente il numero degli alloggi sfitti, per conoscerne la proprietà e per sapere dove si situano.
L’iniziativa ha suscitato varie reazioni tra le forze politiche e tra le organizzazioni sociali dei proprietari e degli inquilini: è stato un fatto positivo perché ha riportato il tema dell’abitare all’attenzione dell’opinione pubblica e della politica.
In particolare, le associazioni dei proprietari hanno reagito, soprattutto inizialmente, in modo isterico quasi che fossero alle porte della città orde di bolscevichi pronti all’esproprio delle case acquistate dopo anni di duro lavoro e di sacrifici atti ad accumulare il risparmio necessario. Ha fatto eco a questo atteggiamento allarmistico una parte delle forze politiche presenti in Consiglio comunale: non solo i rappresentanti dei partiti d’opposizione della destra, ma anche la parte più moderata della maggioranza, votata ad impedire che la pallida sinistra del governo locale assuma in qualche caso posizioni un po’ più attente ai problemi sociali della maggioranza dei cittadini.
Dopo un iter tormentato si è arrivati così alla votazione di una delibera municipale che ha raccolto, almeno in parte, le proposte di “Vuoti a rendere”: essa è stata approvata, nonostante la defezione delle liste moderate della maggioranza, grazie al voto favorevole dei rappresentati del movimento Cinque stelle.
Tuttavia, alcuni punti qualificanti della proposta non sono stati raccolti: in particolare il censimento richiesto è stato declassato a semplice stima e le misure di requisizione sono scomparse dalla libera.
Si tratta in tutta evidenza di un “bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno” come suol dirsi nell’ambiente dei politici. Per quanta riguarda il “mezzo pieno”, le organizzazioni sociali che hanno aderito alla proposta “Vuoti a rendere” giudicano che per vedere attuati gli impegni che l’Amministrazione ha preso è necessario mantenere alto il livello della mobilitazione, coinvolgendo altre realtà e saldandosi con la campagna antidiscriminazione portata avanti da RAMA.
Il corteo di sabato 15 novembre è, dunque, un primo passo per mantenere alta l’attenzione pubblica e per stimolare le istituzioni a dare seguito agli impegni presi: va quindi considerato come un fatto positivo, anche se sono emerse alcune evidenti carenze che vanno affrontate per garantire una continuità e un’efficacia indispensabili.
Il primo limite evidente è stata la partecipazione: nei momenti migliori il corteo che dalla Regione si è snodato nel centro fino alla piazza del municipio ha visto la partecipazione di circa 300 persone. Risultato limitato, ma comunque positivo tenendo conto delle difficoltà ad organizzare iniziative in difesa dei diritti sociali.
Il secondo è la scarsa partecipazione di chi è colpito dalla discriminazione e dalla logica del profitto. Anche se c’è stata una presenza di famiglie e lavoratori stranieri, è mancata quella degli inquilini delle case popolari e anche molto ridotta è stata quella degli studenti, che pure nei mesi scorsi avevano manifestato contro l’assenza di una politica che lascia al provato la gestione di una realtà cruciale come quella delle residenze.
Questo fatto fa riflettere sul tipo di attività che si svolge in città sul tema dell’abitare: un esempio positivo di mobilitazione dal basso e di attività mutualistica, che testimonia la ricchezza culturale e politica del tessuto sociale, ma che non riesce, almeno per il momento, a costruire anche impegno e coinvolgimento dei soggetti sociali che vivono le contraddizioni sociali in prima persona.
Nello svolgimento del corteo c’è stata una prima sosta in piazza San Carlo dove si è svolta un’assemblea nella quale sono intervenuti soprattutto alcuni migranti che hanno portato la testimonianza della loro situazione di discriminazione come inquilini. Ci hanno parlato delle
loro difficoltà a farsi accettare come tali e dei contratti d’affitto illegali ed esosi ai quali sono sottoposti.
Davanti al Municipio si è svolta una seconda assemblea in conclusione del corteo: lì sono intervenuti i rappresentanti di alcune organizzazioni sociali che hanno dato vita alla campagna e di altre che, pur non affrontando in specifico il tema dell’abitare, si muovono in termini simili su altri aspetti di emarginazione sociale, come, ad esempio, quello delle carceri o dell’ambiente. Nessun esponente delle forze politiche istituzionali ha preso la parola al termine del corteo, anche se alcuni erano presenti.
I prossimi mesi ci diranno se il movimento sull’abitare riuscirà a fare un salto di qualità, andando oltre i primi risultati acquisiti.
Bisognerà migliorare il rapporto tra le organizzazioni sociali promotrici e i soggetti sociali interessati; occorrerà, ad esempio, provare a capire come mobilitare gli inquilini delle case pubbliche popolari sui loro temi specifici, ma anche all’interno del più generale tema dell’abitare, e come coinvolgere più attivamente gli studenti universitari fuori sede. Su questi temi la controparte principale è la Regione, con le sue politiche discriminatorie e di privatizzazione: costruire un movimento più ampio e partecipato potrebbe consentire di focalizzare la mobilitazione contro la Regione, e permettere di stimolare anche il Comune ad assumere un atteggiamento più conflittuale verso la giunta regionale sul tema specifico.
Il nodo è quindi come riuscire a organizzare una partecipazione significativa dei soggetti sociali; obiettivo difficile, ma necessario per strappare risultati concreti e ottenere che le forze politiche istituzionali mantengano le prime promesse fatte e si rendano disponibili a confrontarsi ulteriormente sul tema dell’abitare in città.








