Il sindacato di Trump
La lunga campagna elettorale delle elezioni presidenziali statunitensi sta toccando anche il tema della classe lavoratrice. “Se pensi che Donald Trump sia positivo per il movimento dei lavoratori, voglio un po’ di quello che stai fumando”. Ciò che dice il Presidente del Sindacato AFSCME, Lee Saunders, è contraddetto da molti lavoratori statunitensi, che hanno votato per Trump e lo voteranno ancora. Anche per il nuovo spudorato interesse che il Partito Repubblicano propaganda a difesa del lavoratore medio non sindacalizzato, falcidiato dall’inflazione.
Secondo un’indagine del Census Bureau degli USA, il 67% dei lavoratori intervistati afferma di aver difficoltà a pagare le normali spese domestiche a causa dell’aumento del 27% dei prezzi dei generi alimentari dal 2020.
Biden si è definito il presidente più filosindacale della storia e aveva ricevuto l’appoggio elettorale delle due grandi Federazioni sindacali. La sua presidenza, avviata tristemente alla fine, è stata caratterizzata da alcuni pubblici schieramenti dalla parte dei lavoratori organizzati: se il contratto dei ferrovieri è stato imposto in extremis dal governo, liquidata con una generica promessa di risolvere in seguito la richiesta di godere di permessi retribuiti per le visite mediche, la nuova dirigenza dell’agenzia federale National Labor Relations Board (NLRB), che ha il compito di vigilare la libertà di associazione e di negoziazione dei lavoratori e di pronunciarsi sui ricorsi per azioni illecite in materia di lavoro, nominata da Biden nella persona dell’ex consulente sindacale Jennifer Abruzzo (esautorando di brutto la precedente, nominata da Trump e sempre dalla parte dei padroni), ha dato un notevole appoggio all’organizzazione dei lavoratori.
A partire dalla difesa dei giovani organizzatori di Starbuck ai pronunciamenti contro Tesla.
Biden non è riuscito a far passare il PRO ACT, che garantirebbe maggiori diritti per la sindacalizzazione e la trasformazione dei lavoratori in appalto in dipendenti diretti, ma, mentre Trump comiziava in un’azienda di un suo finanziatore durante il rinnovo del contratto delle 3 grandi dell’auto, è comparso al picchetto del sindacato UAW, ha appoggiato il tentativo fallito di sindacalizzazione di uno stabilimento Amazon in Alabama e ha difeso la richiesta di aumento salariale di UAW del 40%, malgrado risulti che le tre grandi aziende dell’auto abbiano sollecitato un suo intervento per convincere il sindacato a ridurla.
Proprio quei 3 contratti auto, firmati in autunno, hanno lasciato degli strascichi: sebbene approvati a maggioranza dagli operai, hanno incocciato nei dissensi soprattutto nei grandi stabilimenti della General Motors, dove gli operai hanno più anzianità di servizio, non soddisfacendo le loro aspettative di recuperare le perdite retributive dovute ai contratti di restituzione del periodo nero dei secondo lustro del 2000. Anche gli impegni delle aziende di un transizione “dolce” ai veicoli elettrici sono stati ridimensionati col licenziamento temporaneo di centinaia di operai, mentre la costruzione di nuovi impianti, collocati nel sud degli USA, terra ostile al sindacato, e alcuni di essi sono realizzati in collaborazione con imprese auto asiatiche, è stata posposta.
Grasso che cola per Trump: negazionista climatico, uscito dagli accordi sul clima di Parigi in cui Biden era rientrato, si è fatto paladino della difesa degli impianti e dei marchi auto statunitensi, cosa che peraltro non aveva fatto quand’era presidente.
Il voto dei lavoratori delle zone già industriali del nord est, negli Stati in bilico elettorale, è particolarmente ambito. Da qui la scelta del suo vice, James Vance. Proveniente da una regione profondamente colpita della deindustrializzazione, su cui ha scritto il libro “Hillbilly Elegy”, speculatore finanziario all’ombra del capitalista di estrema destra Peter Thiel, è passato dal definire Trump un nuovo Hitler a superarlo a destra sui temi dell’aborto, della famiglia, dell’immigrazione. L’avrà scritta lui la dedica della convention repubblicana “agli uomini e alle donne dimenticati d’America”, tra cui i lavoratori della “cintura della ruggine” delle fabbriche dismesse.
Questo contesto ha visto una forte divaricazione tra i due principali rinnovatori del sindacato, che hanno sostituito, con l’appoggio di caucus progressisti, delle leadership screditate: mentre Swan Fain,
presidente di UAW è entrato nell’entourage di Biden, Sean O’Brien, presidente dei Teamsters, convinto che la metà dei “suoi” camionisti voterà repubblicano, ha contribuito con 50.000 dollari a quel partito e si è assicurato un posto sul podio della Convention, profondendosi in lodi sperticate al coraggio di averlo invitato come “rappresentante dei lavoratori” Così, mentre UAW, e molti altri sindacati, hanno criticato la politica filo israeliana di Biden che ha portato ai massacri di Gaza, O’Brien ha dichiarato che “al giorno d’oggi, non c’è niente di meglio che avere un marine, cioè Vance, come candidato alla vicepresidenza”.
D. Guastella su Jacobin ha ricordato che, agli inizi del secolo scorso, l’AFL, durante la lunga presidenza di Samuel Gompers, applicò la politica dei due forni. Dato che il Lavoro era troppo debole per formare un proprio partito indipendente, sperava che giocando su entrambi i tavoli avrebbe portato a casa qualche risultato. Ma era finito in prigione per aver organizzato un boicottaggio di un’azienda antisindacale.
Oggi, sebbene nell’ultimo triennio importanti vertenze abbiano riportato l’azione sindacale al centro del Paese, l’iscrizione è ai minimi storici. E con Trump le scuole pubbliche saranno ridimensionate dai voucher dei repubblicani alle scuole private, i finanziamenti alla sanità di Medicaid saranno dimezzati, i sindacati saranno ulteriormente ostacolati.
Forse O’Brien pensa di potersi sedere a qualche tavolo per ridurre i danni e ha lodato dal palco il deputato repubblicano Hawley per aver presenziato alle iniziative dei Teamsters a St. Louis e dei lavoratori dell’auto a Wentzville, dimenticando che questi era stato uno dei principali incitatori dell’assalto al Campidoglio del gennaio 2021 e non si è distinto dagli altri repubblicani dal rifiuto di votare la legge filo sindacale del PRO Act. Forse O’Brien ha finto di non vedere nel settore VIP della Convention il governatore della Carolina del Sud, che si è impegnato a combattere il sindacato “fino alle porte dell’inferno”. O il senatore dell’Oklahoma che lo ha sfidato a pugni durante un’audizione in Parlamento. O ancora i 5 governatori di Stati del Sud che hanno firmato una dichiarazione congiunta contro i tentativi di sindacalizzazione di UAW in corso nel Sud che “minacciano i nostri posti di lavoro e i nostri valori”.
Sia Fain di UAW che O’Brien dei Teamsters si stanno dunque appoggiando ai Partiti, ritenendo di non poter ottenere ottenere dei risultati o pensando di essere troppo deboli per respingere le politiche contro i lavoratori.
Fain si trova oggi sotto inchiesta da parte del procuratore, che vigila la transizione di UAW dal periodo tangentizio di Marchionne, per la sospetta rottura con due dei suoi principali collaboratori, incamerando gran parte delle loro attribuzioni, e per favoritismo verso la sua compagna. E O’Brian sta facendo un gioco assai pericoloso: l’alleanza con un magnate che odia il sindacato (pure essendo paradossalmente uno dei due unici presidente, l’altro era Reagan, ad avere avuto una tessera di una Union per il suo lavoro televisivo) e che ha ben chiaro quello che farà subito insediato, inverando la sua promessa di essere “un dittatore fin dal primo giorno”. Il menu gliel’hanno scritto i suoi consulenti col programma, di ben 887 pagine, The Conservative Promise, meglio conosciuto come “Project 2025”. Una summa di ridimensionamenti o cancellazioni di tutte le agenzie federali che possono ostacolare il suo ruolo autoritario. Tra di esse il NLRB, vituperato da padroni come quello di Starbucks e denunciato da Musk di Tesla per aver osato di mettere il naso nel rapporto di lavoro delle sue imprese, quando ha contestato la minaccia di cancellare le stock option ai dipendenti che si fossero sindacalizzati.
L’appello di Trump il 18 luglio alla Convention nazionale repubblicana è stato amplificato dal fervore
religioso di una parte consistente dei suoi sostenitori, che sono convinti che si sia salvato dall’attentato per la protezione divina. Questo sentimento è presente nel progetto di governo che cita “la tradizione giudeo-cristiana (che) ha sempre riconosciuto il lavoro fecondo come parte integrante della dignità umana, come servizio a Dio, al prossimo e alla famiglia.”
La piattaforma del partito repubblicano promette di riportare posti di lavoro nel settore manifatturiero e afferma che deve “ritornare alle sue radici come Partito dell’Industria, del Manifatturiero, delle Infrastrutture e dei Lavoratori”. Promettendo quanto sopra, senza specificarne le modalità, Trump ha preso di mira Fain, presidente di UAW, incolpando il sindacato, non la globalizzazione e la ricerca delle aziende di lavoratori pagati di meno oltre frontiera, per la perdita di posti di lavoro finiti in Messico: “UAW dovrebbe vergognarsi di aver permesso che ciò accada, il suo leader dovrebbe essere licenziato e ogni singolo operaio, sindacale e non sindacale, dovrebbe votare per Trump perché riporteremo in fretta la produzione di auto negli Stati Uniti”, aumentando anche i salari degli operai.
La contraddizione di tale discorso non è stata notata dai suoi entusiastici sostenitori quando Trump ha orgogliosamente propagandato, nascondendo i tagli delle normative a favore dei lavoratori, la sua eredità di tagli fiscali per i ricchi, “i più grandi di sempre”. Una ricchezza di due trilioni di dollari trasferita nel 2017 agli alti redditi, utilizzando anche lo sfruttamento delle risorse naturali negli Stati Uniti con la cancellazione delle normative ambientali (come quelli sul risparmio di carburante) e la violazione dei diritti delle terre dei nativi con l’estrazione indiscriminata di gas e petrolio. Una promessa di Trump ai dirigenti delle compagnie petrolifere presa coll’impegno di frenare anche gli incentivi ai veicoli elettrici in cambio di un miliardo di dollari per la sua campagna elettorale. Oltre al blocco, già votato dai repubblicani in Congresso, dell’applicazione delle normative sanitarie salvavita per i minatori di carbone e al taglio del numero di ispettori OSHA che vigilano sulle normative sanitarie e dei dipendenti del Ministero dell’istruzione.
Tutto ciò nell’ambito di una serie di ridimensionamenti delle agenzie federali e dei diritti sociali che esse devono monitorare, come l’eliminazione del salario minimo, dei limiti e della retribuzione degli straordinari, dei controlli sugli imprenditori fintamente indipendenti dipendenti da grandi imprese, delle possibilità di costituire un sindacato voluto dai lavoratori senza utilizzare le norme farraginose, con maggiori possibilità di costituire sindacati filo-padronali.
Ciliegina sulla torta, l’impegno ad effettuare “la più grande deportazione di massa di migranti non autorizzati che il Paese abbia mai visto” e il trasferimento di materie controverse ai singoli Stati, in cui, come quelli del Sud, vigono e si producono ancora norme che ostacolano i diritti di voto, di assistenza, della casa, dei neri.
Il Wall Street Journal riferisce che Elon Musk sta progettando di donare 45 milioni di dollari al mese
alla campagna elettorale repubblicana, mentre molti finanziatori del Partito Democratico si eclissano e quel partito, non solo deve apprestare un ticket sostitutivo dell’attuale presidente ma ha difficoltà a
ricomporre un blocco sociale in grado di vincere le elezioni. Di fronte ad un Trump che appare in grado di controllare completamente il partito che fu di Lincoln e di unificarlo sotto una bandiera di nazionalismo religioso in cui ricavare anche una nicchia per quei lavoratori che rinunciano ad avere voce e poteri collettivi.
Nelson Lichtenstein, storico del lavoro presso presso l’Università della California a Santa Barbara, sostiene che c’è una contraddizione tra l’affermare di essere un partito dei lavoratori e le politiche che si attuano nell’attuale composizione di classe. I discorsi di Trump e Vance fanno riferimento alle fabbriche svuotate e al collasso del settore manifatturiero ma non citano mai l’articolazione del mondo del lavoro, le sindacalizzazione di studenti laureati, baristi di Starbucks e magazzinieri di Amazon. Mentre vorrebbero cancellare la buona presa sindacale nel settore del pubblico impiego, riducendone l’occupazione a servizio dei cittadini nei settori della scuola, dell’assistenza, della sanità. Il loro sogno è di trasformare questi bisogni essenziali in un’offerta privata regolamentata da norme religiose, che vietano l’aborto, l’insegnamento pluralista, persino quello darwiniano, il diritto alle cure mediche se non si lavora alle condizioni di sfruttamento praticate nelle grande multinazionali che controllano la vita dei lavoratori.
Lichtenstein aggiunge ottimisticamente che “I repubblicani hanno cercato di costruire un’immagine della classe operaia in questo paese che è davvero retrograda, mentre oggi è sempre più multiculturale”.
E, aggiungiamo noi, in molti posti di lavoro, è riuscita con difficoltà a ricostruire un proprio potere e un orgoglio di appartenenza con sindacalizzazioni, scioperi e rinnovi contrattuali. Si potrebbe dire che, se non è magari la coscienza di classe che sta crescendo negli Stati Uniti, di sicuro è la consapevolezza in molti di chi siano gli avversari.
Una foto di un gruppo di giovani lavoratori di un negozio Bruegger’s Bagels dello Iowa, uno Stato del profondo centro degli USA, sorregge dei cartelli contro la repressione del loro impegno sindacale, chiedendo ai passanti il classico colpo di clacson per sostegno (“Honk if you hate union busting”). Una di loro mostra un cartello su cui è scritto: “non abbiamo da perdere che le nostre catene”.
Ezio Boero








