NOI SIAMO DOLORE E GIOIA, NOI SIAMO TRAGEDIA E FESTA. di Ezio Boero
La città ha una storia gloriosa e un oggi deprimente.
La squadra di calcio lo stesso: una storia importante e un presente sconfortante.
La città è stata abbandonata da chi l’aveva gonfiata a dismisura importando braccia per la catena di montaggio.
La squadra nel 2005 aveva corso il rischio di morire.
Poi era stata salvata.
Per farla morire a poco a poco.
Il bocconiano aveva varcato da giovane il Ticino per promuovere prodotti vari con massicce inclusioni
pubblicitarie nelle trasmissioni televisive.
Di calcio allora non s’interessava granché, solo di carriera personale.
Al suo padrone diceva di tifare per la squadra di cui questi era proprietario, tacendo la sua passata passione sportiva per una compagine di una cittadina della prima cintura milanese, allora roccaforte della sinistra.
Un giorno, a tavola, di fronte ad un bonet, la mamma l’aveva convinto ad accettare una missione. Quella di salvare dall’oblio la squadra a cui lei, donna di valori non monetari, era affezionata. Prima di tirar fuori dal portafoglio i diecimila euro necessari, il bocconiano avrebbe voluto leggere la storia di quella squadra su Wikipedia ma il Sindaco della città non si poteva lasciare a lungo appeso al telefono.
Poteva essere utile assecondarlo per tenersi aperta un’eventuale carriera politica di centrista dialogante con tutti i partiti. Intanto lui si portava avanti cambiando voto ad ogni elezione. Tanto che da alcuni partiti riceverà proposte di impegno elettorale.
Preferiva però fare dichiarazioni estemporanee che sfioravano i problemi del Paese senza affrontarne nessuno con scelte precise.
Comunque, tornando alla squadra di calcio, il bocconiano era apparso dal balcone di un palazzo laterale del Municipio cittadino come un vero e proprio salvatore della patria, dando ai tifosi una rassicurante sensazione di scampato pericolo. Meglio lui, che era pure piemontese, sebbene poco frequentante, che l’amico di Lotito che faceva menare i dipendenti che chiedevano gli stipendi arretrati.
Considerato che gli impegni di lavoro impedivano al bocconiano di leggere la succitata pagina di Wikipedia dedicata alla squadra che aveva comprato, aveva commissionato un breve sunto ad un suo dipendente. Tanto per avere un’idea di come andava il prodotto e come poterlo far rendere in termine di sua immagine personale.
In fin dei conti, per lui il dividendo di bilancio era più sacro più della squadra che aveva comprato, forse
malvolentieri.
Gli dava però veramente fastidio che la ricca e tragica storia della sua nuova società gli imponesse scelte conseguenti di gestione e non l’auspicabile, per lui, assoluta libertà imprenditoriale, con la quale aveva da subito trasferito a Milano, per sua comodità, la sede effettiva della squadra.
Per affrontare l’incombente primo campionato dopo il salvataggio in corner, aveva raccattato qualche giocatore qua e là aggiungendolo al grosso della formazione già ingaggiato dalla breve gestione transitoria dei primi ingenui finanziatori della rinascita.
Nemmeno valutata l’ipotesi di ricostruire da subito lo stadio glorioso delle lontane vittorie, i maggiori successi del suo ventennio, sono stati l’immediato, imprevisto, ritorno in serie A (con annessa corsetta di trattenuta felicità sul campo del trionfo) e, soprattutto, l’oscar del bilancio, conquistato senza aver mai dato alla tifoseria una speranza di vincere qualcosa. Almeno avesse promesso la Mitropa Cup! Tanto nessuno ricorda cosa fosse.
La tifoseria di quella che era ormai la sua squadra non chiedeva poi molto. Forse per questo da lui non ha ottenuto quasi nulla. Nemmeno il rispetto della propria storia.
Intanto il calcio cambiava sempre di più.
Se prima contavano soprattutto i giocatori che indossavano la stessa maglia per parecchi anni, oggi i protagonisti sono diventati i fondi d’investimento, i procuratori, le concessionarie di auto di lusso, gli alloggi in
collina o nei palazzi storico del centro città, il turnover continuo degli organici di pallonari che guadagnano un sacco di soldi e non sanno manco in che squadra stiano giocando.
Nel caso specifico, il bocconiano aveva valutato fin da subito assurdo chiedere a giocatori ingaggiati per sei mesi o per un anno, oppure in prestito, di recitare a memoria la formazione caduta nella tragedia di Superga e di sprecare tempo per portarli al museo della squadra.
E così, mentre l’altra squadra cittadina estendeva i suoi tentacoli sul quartiere che attorniava lo stadio regalatogli dall’amministrazione comunale, quella di proprietà del bocconiano rappresenta da anni un caso unico a livello mondiale: avere il museo della sua storia ospitato in un comune diverso da quello di cui essa porta il nome.
Negli ultimi anni però, a onor del vero, anche un uomo con la religione del profitto come lui si deve concedere un attimo di sentimentalismo. Cosa c’è di meglio di presenziare col viso compìto alla cerimonia di commemorazione di fronte alla lapide dei caduti del 1949.
Ciò non significava affatto si stesse affezionando alla squadra di sua proprietà.
L’idea era venuta all’ennesimo responsabile delle comunicazioni del suo variabile e incompetente team di consiglieri a tempo determinato che gli avrà probabilmente suggerito, dopo anni di scarso interesse alla tragedia, di spendere una lacrimuccia per contentare il popolo.
Un’altra idea che gli è stata suggerita ultimamente era stata d’investire sull’immagine di un giocatore che fosse anche tifoso della sua squadra.
Non era stato facile trovarlo.
Ex giocatori del passato relativamente glorioso, per lo meno degno del blasone, da inserire magari nella dirigenza, non gli piacevano per niente: erano troppo esigenti in fatto di conservazione e valorizzazione della storia della gloriosa compagine. Al massimo ne impiegava qualcuno per salvare la squadra dall’ennesima retrocessione per sostituirlo poi, a missione compiuta, con allenatori di grande nome e di pochi risultati.
Magari pure convinti di essere delle cime per aver allenato il Crotone e il Verona e, dall’alto dei percorsi trionfali con queste squadre, criticare pubblicamente giocatori, tifosi, dirigenti della squadra, evitando accuratamente di prendersela con chi gli versava una lauta retribuzione e gli comprava gran parte dei giocatori che lui reputava poi scarsi.
Incredibilmente, il bocconiano aveva infine trovato il giocatore da copertina: un bravo ragazzo dal viso onesto. E pure laureato. L’aveva battezzato Capitan Futuro (con le maiuscole) e mandato in giro a rilasciare interviste che riempivano di gioia di tifosi. Quei bambinoni affezionati al colore della maglia, che mugugnano dei colori estemporanee della terza maglia imposti dagli sponsor.
Ma il bocconiano non poteva assecondare romanticherie a lungo.
Il suk delle pedate premeva.
E così di punto in bianco aveva venduto il beniamino dei tifosi.
Ma quello s’era ostinato a rimanere
Il gran rifiuto era comunque stato utilizzato dal bocconiano per nascondere un’altra annata deprimente, conclusa col solito piazzamento di metà classifica e nuovamente senza riuscire a vincere coll’altra squadra cittadina. Dimostrando ancora a tutti la sua inattendibilità. O meglio, a converso, la sua implacabile sincerità: “non vi ho promesso niente, non vi do niente”.
L’ennesima recente triste telenovela inizia appena concluso l’ultimo campionato, scoraggiante come i precedenti.
La domanda di oggi, certamente retorica, non è “chi rifiuta tanti soldi?” ma “esiste ancora un’etica o restano solo i soldi”?
Peraltro pochi quelli “strappati” al compratore, visti prezzi che circolano nel settore.
Comunque, né il bocconiano né capitan futuro (in caratteri minuscoli) li hanno respinti, quei soldi.
Al giocatore daranno 3 volte le stipendio precedente per giocare in una squadra che “si sta attrezzando per vincere”, anche se quest’anno ha fatto schifo. Almeno lì hanno promesso qualcosa, tutta da mantenere, alla città e ai tifosi.
Il procuratore / faccendiere del giocatore non è dato sapere quanto abbia guadagnato, mercanteggiando in modo stucchevole al mercato delle vacche.
Al presidente tanti soldi, per farsene tornare un po’ nel portafoglio di quelli che aveva dovuto metter fuori per ripianare il bilancio della sua deprimente gestione.
Diceva capitan futuro, in una delle sue toccanti, e non molto lontane interviste, che questa squadra è dolore e gioia.
Presumiamo che lui proverà la gioia dei milioni che guadagnerà, anche per la diffusione della sua immagine su Marte.
Ai tifosi, aspettando un’improbabile festa, resta non tanto il dolore ma la sensazione di essere stati spettatori, alcuni dei quali, sempre di meno, paganti, di un altro insulto alla storia del Torino calcio (Torino con l’iniziale maiuscola, calcio con quella minuscola).
luglio 2024









