Eppur si muove. Società e movimenti
di Livio Pepino
Nel suo ricco calendario d’autunno, Volere la Luna ha discusso ieri l’altro, in via Trivero, dello stato di salute e delle prospettive dei movimenti all’indomani delle grandi manifestazioni no Pal del 29 settembre e del 3 ottobre. Agli interventi di Enzo Di Dio, Alessandra Algostino, Alessandra De Rossi e Marco Revelli hanno fatto seguito, a dimostrazione dell’interesse del tema, diversi contributi dal pubblico. Non intendo fare una sintesi della serata (di cui sarei capace) ma voglio riprendere alcune suggestioni.
Primo. La grande partecipazione alle manifestazioni è stata – secondo tutti gli intervenuti – un fatto nuovo, originale e, almeno in quella entità, imprevisto. Da tempo non si vedevano piazze così affollate. A Torino, non accadeva dall’8 dicembre 2018 (data della manifestazione No Tav in reazione allo show delle madamine e dell’estabilshment) e questa volta c’erano, insieme alle facce di sempre, molte facce nuove: giovanissime e giovanissimi studenti delle scuole medie, migranti (soprattutto islamici, grazie anche al coinvolgimento di alcune moschee), persone che scendevano in piazza per la prima volta nella loro vita (talora applaudite da automobilisti solidali e non arrabbiati, come accade invece, di solito, in queste situazioni). Ciò è particolarmente rilevante se si considera che le manifestazioni non erano organizzate da soggetti tradizionali. Anche i sindacati – certamente la Cgil ma anche i sindacati di base – sono venuti dopo, importanti ma non decisivi. Certo c’è stata una preparazione: sotto traccia, da un paio d’anni, si erano costituiti tavoli di lavoro, reti, chat che sono stati l’ossatura e il volano della mobilitazione. Ma il fatto davvero nuovo e dirompente è stato la spontaneità. Chi è sceso in piazza lo ha fatto soprattutto mosso dall’indignazione e dalla com-passione di fronte a un crimine senza paragoni nel nuovo millennio, che rimanda alle peggiori atrocità della storia. A uno spartiacque etico essendo stata a Gaza infranta la soglia minima dell’umanità, dove donne e uomini sono stati (di nuovo) privati di ogni dignità, annullati, ridotti al rango di “non persone”.
Secondo. A chi chiede – non senza venature malevole – se quelle piazze si esauriranno in se stesse e nella rabbia che hanno espresso o se produrranno qualcosa (e, nel caso, che cosa) va detto con convinzione – in molti lo hanno ribadito l’altro ieri – che esse hanno già prodotto qualcosa, anzi molto. Prima di tutto hanno contribuito a imporre la tregua che ha mitigato il massacro in atto a Gaza e che non ci sarebbe stata senza il progressivo isolamento di Israele indotto dalle piazze del mondo (e da quelle italiane tra le altre). Un dato incancellabile è emerso: l’opinione pubblica, se massiccia e determinata, conta e può condizionare persino le politiche internazionali. Parallelamente quelle manifestazioni hanno dimostrato che l’individualismo e la frammentazione connaturate con la competizione neoliberista hanno un’alternativa. E hanno riscoperto il gusto e la creatività della partecipazione. È stato un vero e proprio movimento tellurico in un Paese apparentemente anestetizzato (come sottolineato da Marco Revelli, riprendendo l’analisi svolta in volerelaluna.it/commenti/2025/10/08/un-tempo-nuovo-sullottobre-italiano/). Lo ha ben compreso la destra che, avvertendo i rischi che ciò induce per la sua egemonia, ha reagito in modo nervoso e scomposto: con insinuazioni volgari sulle finalità degli scioperi per Gaza, con prediche paternalistiche sui percorsi da seguire per raggiungere davvero la pace (sic!), con denunce di cedimenti all’antisemitismo e soprattutto confermando una risposta istituzionale rivelatrice di due tratti fondamentali del suo governo: l’uso abnorme della repressione nei confronti del “nemico interno” (comprensivo di strumenti, introdotti dalla legge n. 80/2025, come il reato di resistenza passiva, la criminalizzazione delle manifestazioni spontanee (attraverso il ripristino generalizzato del delitto di blocco stradale), l’aggravamento delle pene per numerosi reati se commessi nel corso di manifestazioni, la “mano libera” per le forze di polizia) e l’irrigidimento autoritario del sistema (attraverso le cosiddette “riforme costituzionali” in corso d’opera).
Terzo. C’è un’apparente contraddizione tra le manifestazioni e il voto nelle elezioni regionali intervenute pochi giorni dopo, sintetizzata nello slogan “piazze piene, urne vuote” (ad evidenziare il trionfo dell’astensionismo). Ma è – come hanno sottolineato molti interventi – una contraddizione solo apparente. I movimenti non sono dei partiti e la loro funzione non è quella di supportare e dare ossigeno alla politica istituzionale: se questo facessero (o cercassero di fare) negherebbero la loro stessa essenza. Ad essi compete immettere nella società istanze inevase, dar voce a chi ne è privo, criticare le storture e le ingiustizie del sistema, promuovere partecipazione, seminare inquietudine e protesta, far esplodere contraddizioni. Ad altri spetta gestire l’esistente. Oggi ciò vale ancor più che in altre epoche. Perché siamo in uno dei tornanti della storia in cui tutto sta cambiando. Lo ha detto recentemente, con riferimento agli scenari geopolitici, il presidente cinese Xi Jinping: «100 anni fa, l’Impero britannico dominava il commercio globale, controllando più del 20% della ricchezza mondiale. Molti credevano che il suo sole non sarebbe mai tramontato. 200 anni fa, la Francia dominava il palcoscenico europeo, con i suoi eserciti temuti e la sua cultura invidiata. Napoleone si dichiarò immortale. 400 anni fa, la corona spagnola regnava da Manila a Città del Messico, con le sue flotte del tesoro cariche di argento e seta. I re pensavano che la loro gloria sarebbe durata per sempre. Ogni impero si proclamava indispensabile. Alla fine, ognuno di essi è stato superato. Il potere diminuisce, l’influenza si sposta, e la legittimità muore nel momento in cui viene assunta piuttosto che guadagnata. Se l’America perderà il rispetto del mondo, scoprirà ciò che ogni impero caduto ha imparato troppo tardi: il mondo va avanti. Sempre» (volerelaluna.it/in-primo-piano/2025/07/03/loccidente-il-calciatore-imbolsito-che-si-crede-ancora-un-campione/). Impossibile dire se i cambiamenti che ci aspettano saranno un bene o un male per il mondo. Ma è certo che i movimenti – non subito ma nel medio e lungo termine – possono dare un contributo fondamentale a che il futuro sia a misura d’uomo. Alle nostre generazioni il compito di dare loro spazio e di vigilare perché la repressione non gli faccia troppo male…
E qui troviamo il link alla registrazione della serata.
Di questo si è parlato in una sera d’autunno in via Trivero. Ed è stata una boccata d’aria fresca.








