A margine dell’assassinio di Charlie Kirk: il fascismo dei fascisti
18-09-2025 – di: Sergio Labate
Proprio nei giorni dell’assassinio di Charlie Kirk – per puro caso – sul mio comodino avevo due libri provvidenziali per permettermi una contestualizzazione meno superficiale. Un’esecuzione a sangue freddo – è utile premetterlo in questi giorni strani in cui le vittime devono giustificarsi di fronte ai carnefici – che non può in alcun modo avere attenuanti o giustificazioni, anche se l’assassinato usava brillantemente le parole per dire che le parole non servono quanto le armi.
Il primo libro è di Fabrizio Tonello, L’America in 18 quadri (Laterza, 2025). Un libro inaggirabile, che riscrive plasticamente la storia americana, per dirci qualcosa di molto prezioso sull’attualità. Non è affatto vero che il trumpismo sia un tradimento della più grande democrazia del mondo. Quella che si autodefiniva da sempre come tale è sempre stata la scena di un conflitto spietato tra il capitalismo e la democrazia. Ciò che si presentava come democrazia, è sempre stata lotta di classe. Trump accentua questa tragica storia che contiene in sé la tentazione dello schiavismo, poi dello sfruttamento indiscriminato dei lavoratori, infine della violenza privata come forma primitiva attraverso cui il più forte ha diritto di schiacciare ed eliminare il più debole. Trump (e Kirk) non rappresenta l’eccezione, rappresenta l’evidenza della regola della democrazia americana. Spazza via ogni tentativo di mediazione o di civilizzazione del conflitto di classe. Ecco, se dovessi dare una definizione caustica della democrazia americana, direi proprio così: un tentativo di civilizzare – e così facendo in qualche modo legittimare e perpetuare – il brutale postulato della lotta di classe. So che per molti di noi, soprattutto per quelli che ancora guardano al partito democratico americano come un esempio di cosa dovrebbe essere la sinistra (neoliberista), è consolante interpretare Trump come un’eccezione. Invece non è affatto detto che finito Trump finisca tutto e che il trumpismo non possa sopravvivere al suo artefice principale. Ecco perché quel barbaro omicidio e le reazioni che lo stanno seguendo mi sembrano così inquietanti da non poter essere passati semplicemente sotto silenzio.
Il 14 giugno scorso – sono passati appena tre mesi, non un secolo – la deputata democratica Melissa Hortman venne uccisa in casa insieme al marito per motivi politici. È solo uno dei tanti esempi di una nazione che ha esacerbato così tanto i toni della violenza politica da renderla ormai incontrollabile. Basterebbe questo recente episodio per mettere a tacere la reazione scomposta di Trump e dei suoi squallidi imitatori e la loro tesi propagandistica secondo cui la sinistra è pericolosa, violenta, omicida. Ma la logica e la verità non sono più elementi utili. Lo è la forza, piuttosto. E il disegno di Trump è chiaro: sfruttare un episodio che va inscritto dentro questo precipitare della politica dentro la violenza come unico modo di regolare i conti e i conflitti non per frenare la caduta, ma per giungere al suo atto finale: che è quello di dichiarare come unica violenza legittima la propria e di perseguitare tutto ciò che vi si oppone anche a parole.
Lo dico in maniera tanto chiara quanto dura: non mi pare vi sia quasi più nessun argine che permetta di parlare degli Stati uniti nei termini di una democrazia e non di un vero e proprio regime fascista. Non autoritario, ma fascista: in cui vi sono le liste di proscrizione e le epurazioni, le denunce dei collaborazionisti fondate sul “sentito dire”, lo schieramento di forze armate per neutralizzare decisioni prese da istituzioni democraticamente garantite, la censura e la minaccia sistematica nei confronti dei giornali, la tortura e le pene decise per appartenenza a razze o ceti sociali meno abbienti e, come ultimo atto, la criminalizzazione dell’unico partito di opposizione rimasto. L’“incivilizzazione” trumpiana è tutta qui: di fronte alla violenza politica una democrazia anche minimale risponderebbe in un solo modo; rivendicando il diritto di parola e il divieto della violenza. Mentre la reazione trumpiana è quella di rivendicare il diritto della violenza e il divieto della parola di qualcuno su qualche altro.
Libertà di parola. Strana ed enigmatica espressione, in un tempo in cui uno può sostenere pubblicamente posizioni come questa: “le condanne a morte dovrebbero essere pubbliche, veloci, trasmesse in televisione. Penso che a una certa età sarebbe anche un’iniziazione. A quale età si dovrebbe cominciare a vedere esecuzioni pubbliche?”, mentre un’intellettuale come Judith Butler non può criticare il Governo di Israele perché antisemita e quindi inserita nelle liste governative di proscrizione. In un tempo in cui l’antisemitismo è censurato anche quando non ha nulla di antisemita, mentre il nuovo martire americano può serenamente dire che “Michelle Obama, donna di colore, ha un cervello inferiore di quello di una donna bianca”. L’antisemitismo pretestuoso è un reato da perseguire, mentre il razzismo letterale è un’opinione da garantire. Piccolo inciso: ripensavo a quella frase di Kirk sulle esecuzioni pubbliche da celebrare pubblicamente, ascoltando Musk sostenere in queste ore che “la sinistra è il partito dell’omicidio e della celebrazione dell’omicidio”. Solo Freud può salvarci, temo.
L’omicidio di Kirk è barbaro come lo è stato quello di Hortman, ma abbiamo una minima idea di quanta violenza materiale e letterale si stia scaricando in questo momento su coloro che stanno subendo il nudo confitto di classe reso “incivile”? Quanta violenza si sta scatenando contro i neri, i poveri, i migranti, i palestinesi, gli intellettuali? Una riscrittura brutale della geografia sociale che tiene conto esclusivamente dell’oppressione legittima di alcuni su qualcun altro e che toglie definitivamente il velo della democrazia per tornare alla tentazione originaria del capitalismo predatorio americano.
Il secondo libro invece permette di estendere queste mie osservazioni all’Europa. È il libro di Manuela Caiani, La transnazionalizzazione della destra radicale (il Mulino 2025). Si trova descritto con dovizia di dati e di analisi sociale l’intreccio transazionale della destra radicale. E dunque a contestualizzare la scelta violenta e sovversiva di provocatori politici come Salvini, Vannacci, Tajani e Meloni. Come altro definirli? Uno scimmiottamento dell’eversione fascista di Trump, che ha come effetto – voluto o meno, anche se io ho pochi dubbi – la delegittimazione dell’opposizione politica, contro ogni evidenza della storia. Perché il punto non è solo che la sinistra abbia abbondantemente fatto i conti con la violenza della propria parte politica molto più di quanto lo abbia fatto la destra. Mentre la presa di distanza dal terrorismo rosso è stato un momento drammatico ma necessario della sinistra politica, sto ancora aspettando che quelli che oggi accusano la sinistra di fiancheggiare la violenza riescano non dico ad essere chiari, ma semplicemente a balbettare la parola “antifascismo”; che non partecipino a funerali o celebrazioni della memoria di terroristi neri, che non difendano associazioni che si rifanno esplicitamente al fascismo.
Il punto è che l’omicidio di Kirk è stato un gesto fascista. E sentirsi accusati da quelli che simpatizzano per il fascismo e propugnano la legittimità della violenza nei confronti di tutto ciò che è altro da loro mi pare francamente non solo grottesco, ma inquietante. Quel libro a cui ho appena fatto riferimento storicizza la mia inquietudine. Perché ci permette di dare ordine ad alcuni passaggio storici che non possiamo dimenticare.
Innanzitutto il fatto che in Europa (e non solo, come ho già scritto), non esistono più destre liberali, ma solo destre radicali e illiberali (mentre non esiste più una sinistra che non sia anche troppo liberale). Ora, non è difficile prevedere cosa possa accadere quando una squadra sta su un campo di gioco e rispetta le regole, mentre l’altra squadra ha deciso di giocare un altro gioco e non rispetta più le regole (salvo poi, quando qualcuno della squadra avversaria decide inopinatamente di farsi giustizia da sé, accusarlo di non volere rispettare le regole). In secondo luogo che queste destre radicali e illiberali non sono più forze di rottura, ma di governo. Per continuare la metafora: c’è una squadra che non solo non rispetta più le regole, ma ha il potere di farlo e anche di riscriverle a modo suo. Il pervicace disprezzo delle destre illiberali nei confronti della democrazia non è più semplicemente una provocazione populista, ma un piano complessivo di governo che passa attraverso le riforme costituzionali ed elettorali, la demolizione dell’Europa come utopia del dopoguerra, l’incessante produzione di capri espiatori attraverso cui rinfocolare la violenza identitaria, la negazione o il differimento della crisi ambientale, la demonizzazione e la delegittimazione degli avversari politici. Infine, che queste destre illiberali si sono ormai unite e perseguono un disegno unitario, capace di trasformare in profondità tutto il senso del (breve) esperimento storico delle democrazie liberali. Sostituendo le due parole fondamentali – pace e lavoro – con i suoi contrari – guerra e impoverimento sociale.
Sono davvero dispiaciuto per ciò che è accaduto a Kirk. Dispiaciuto per la sua vita e sconcertato per ciò che ne è seguito. Un’antifona sospettosamente concorde che ha inteso reagire alla violenza politica con la legittimazione della violenza politica: delegittimando le opposizioni, negando la storia, incendiando ancora di più gli animi e i corpi. Di fatto, una rivendicazione esplicita del progetto di mettere fine alla democrazia.
Ps. Scrivo queste righe nelle ore in cui Israele mette in atto la soluzione finale a Gaza. Persino scrivere della fine della democrazia mi pare un gesto che dissacra l’empietà assoluta a cui stiamo assistendo impotenti. Scrivere con la morte nel cuore, questo è il massimo che possiamo fare ormai.







